597. Intervista a Susanna Tartaro, autrice del blog Dailyhaiku

di silvia geroldi

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Roma. Una donna tutte le mattine cura un giardino zen, poi sale sul motorino e va a lavorare. Quella donna si chiama Susanna Tartaro, il suo giardino è il blog Dailyhaiku e il suo lavoro è coordinare uno dei programmi di culto di Radio 3, Fahrenheit.
Ecco la nostra chiacchierata, che rappresenta un importante contributo per questo blog e regala tanti spunti per avvicinarsi all’haiku classico. Consapevoli di avere una piccola, aggraziata bomba tra le mani.
Buona lettura. 

Come ti sei avvicinata agli haiku?

È un mondo che ho scoperto casualmente, come tutte le cose belle, più di vent’anni fa.
Un amico, una persona molto colta, mentre chiacchieravamo di letteratura e poesia mi disse: tu dovresti leggere gli haiku. Immagino fosse per la mia naturale propensione ad andare al cuore delle cose. Al momento ho fatto finta di sapere cos’erano… Poi sono andata ad approfondire e sono rimasta colpita dall’icasticità di questa forma poetica.
Devo dire che sono anche sempre stata attratta dal Giappone, ho frequentato corsi, andavo all’Istituto di cultura giapponese, ho fatto la turista… ho respirato quell’atmosfera anche se non mi definisco una nippologa, sono solo un’appassionata di questo mondo così diverso e per certi versi opposto alla nostra cultura. Talmente affascinante che poi non ti molla più.
Dagli haiku ho capito come la cultura giapponese mi parla attraverso luoghi precisi, che sono sempre gli stessi, attravero un non detto, attraverso una forma estetica costante che arriva fino ai nostri giorni. E lì mi si è aperta una porta.
La ricerca è tutta in salita, con delle grandi discese di felicità. Prima devi un po’ capire le regole, devi cercare di avvicinarti con gli strumenti che hai a disposizizone, con quello che sei… Ma se li leggi ogni giorno, diventa una specie di preghiera laica. È proprio un modo di vedere la vita, la realtà, l’attenzione per gli altri. Io davvero ho imparato qualcosa dai grandi Maestri, anche se non so se riesco a metterlo in pratica: a guardare meglio le cose.
Attenzione, il mio non è un atteggiamento new age! Esiste una grammatica, una costruzione formale codificata, ed è attraverso la comprensione di questa cifra che si accede a questo straordinario sguardo sul mondo. Uno sguardo talmente aperto, e nello stesso tempo mirato e preciso, che riesce anche a inquadrare me, zia Pina che va a fare la spesa e viene scippata, Renzi e Landini e tutte le notizie di attualità…

E questo infatti è il taglio del tuo blog. Aperto nel gennaio del 2014, ogni giorno riesci a trovare un equilibrio davvero riuscito tra immagine, notizia e haiku classico, dimostrando con levità che un mondo apparentemente distantissimo da noi, per tempo e cultura, ha delle cose importanti da dirci. Che peso ha il blog nella tua quotidianità, come ti organizzi?

Che bello che tu dica che c’è equilibrio tra le parti, mi fai felice anche perché in molti momenti della giornata mi sento un’isterica! (ride). Io di natura sono anche un po’ confusionaria, ma con il mio lavoro alla radio ho affinato la capacità di coordinare elementi diversi. Questo facilita il mantenimento della cadenza quotidiana del blog, che è un po’ il mio giardino zen. E dunque la mattina scelgo la notizia che c’è nell’aria o un tema d’attualità che cattura la mia attenzione. Subito dopo scelgo il poeta che, secondo me, potrebbe dirmi qualcosa riguardo al frammento quotidiano che ho selezionato. Ci sono notizie che mi rimandano a Santoka, altre a Bashō o Shiki, oppure alla poetessa contemporanea Momoko Kuroda, la mia femminista di riferimento… e a quel punto scelgo l’haiku, compongo il post e poi mi butto nel mio archivio di fotografie scattate con il cellulare (ne ho davvero di assurde!) e trovo una connessione anche con l’immagine.

Immaginati di avere di fronte a te una persona che non ha mai sentito nominare la parola “haiku” e prova a darne una definizione rapidissima, che lo invogli ad approfondire.

Un haiku è una classica forma di poesia giapponese composta da tre versi. Racconta la realtà più velocemente di un tweet e in modo più icastico di una fotografia. È meno di 140 caratteri e scatta la fotografia più grande del mondo, con il massimo della definizione possibile.

Sei mai stata tentata di lanciarti senza rete in composizioni che abbiano la classica struttura 5/7/5? Segui il mondo degli autori contemporanei?

Non ne sento l’urgenza, per ora. Dipende un po’ da come ti ci metti, nell’haiku. Se lo usi con i bambini, lo fai per creare un accesso alla letteratura e allo sguardo sulle cose. Se componi da adulto, lo fai perché è utile e stimolante avere un limite, un vincolo formale… come la tela di un quadro. È chiaro che quello che c’è dietro lo spazio bianco (la cultura, la sensibilità giapponese) ce lo perdiamo, necessariamente.
So che ci sono molti compositori di haiku che pubblicano in rete. Mi è anche capitato che qualcuno osservasse che i testi da me citati non erano in forma 5/7/5… ma a parte l’evidente dispersione della forma nella traduzione, faccio presente che c’è anche un filone di autori classici (ad es. Santoka) che non segue questo tipo di suddivisione. Davvero lo schema sillabico non è l’elemento più interessante dell’haiku, altrimenti lo riduciamo ad un gioco enigmistico. E invece… entri in una porta che ti sembra facile da varcare e poi capisci che dentro, nella stanza, è pieno di zone di ombra e di luce, che la posizione di una parola – o del kireji – dà il senso al tutto…insomma, entri comodo ma devi stare attento!

Qual è il risultato della tua volontà di condivisione?

Ho un pubblico bellissimo. Piccolo e attento. Non nego che mi piacerebbe ampliarlo, soprattutto perchè la pubblicazione quotidiana è sì una pratica zen ma c’è anche un bel po’ di lavoro e a volte mi chiedo, di alcuni post, perché non abbiano il riscontro di altri… sapendo quanto ci ho messo di me per costruirli. Però è vero anche che questa dimensione di nicchia è anche un bellissimo campo libero e che incontro persone fantastiche. Gli affezionati mi dicono che lo aspettano la mattina. E poi il bello è che ci sono persone di tutti i tipi: coltissime, normalissime… assomigliano al pubblico di Radio 3.

Ti chiedi mai cosa viene lost in translation, perso nella traduzione? E non parlo solo di lingua, mi riferisco a tutti gli elementi culturali che fanno da cornice ad un componimento.

Vero. E non dimentichiamo che noi ci perdiamo anche l’estetica del segno grafico, che è importantissima. Ci sono segni che vengono scelti anche perché insieme stanno meravigliosamente. Vengono persi completamente anche quegli iato tra un verso e l’altro che loro rendono con altri segni non trasponibili. Noi usiamo la punteggiatura per segnare queste sospensioni, ma non è la stessa cosa, l’haiku non ha punteggiatura.

Qual è il tuo autore preferito?

Santoka in assoluto.
Non è conosciuto in Italia, io ho tradotto i suoi haiku dall’inglese di Burton Watson che ha curato un testo pubblicato per la Columbia University Press.
Santoka mi commuove. È sfigatissimo. Ed è un gigante. È nato alla fine dell’ottocento, morto nel 1940. Ha provato a suicidarsi e non ci è riuscito. Ha provato ad essere monaco zen ma aveva la dipendenza dall’alcol per cui era dilaniato dai sensi di colpa. Adorava i bagni termali. Gli piacevano le persone ma stava anche molto bene da solo. Ha avuto una moglie, ha provato a fare il libraio…
Una vita meravigliosa costellata di haiku anarchici – dunque non 5/7/5 – che però si può permettere solo lui. In Santoka ci sono elementi tragici, ma anche giocosi o sensuali.
Sono pochissimi gli haiku che mi ricordo a memoria, questo è uno:

cuscino di pietra
accompagno
nuvole

in cui c’è questo guardare il mondo a pancia all’aria, magari dalla prospettiva di uno sbronzo, e di osservare l’universo, la ciclicità, il cosmo… con la morbidezza delle nuvole che si accompagna ad un cuscino scomodo.

Shiki è un altro autore che mi piace molto ed è della generazione precedente a Santoka. Coltissimo, rigoroso… Questo è forse il primo haiku che ho letto e poi riletto per trovare la “sua” verità. O una delle possibili…

nel mio andare
nel tuo restare
due autunni

con questo senso di abbandono delle cose di gusto estremamente malinconico e… giapponese. Uno stile molto letterario e intimo.

In trasmissione hai mai parlato di Dailyhaiku?

No. Però sto lavorando a un progetto che in qualche modo… Ma non posso ancora svelare niente!

Per finire: a cosa serve un haiku?

È una lente per guardare il mondo, serve a conoscersi e a riconoscersi. La buona letteratura serve a questo: a farsi delle domande, non a ricevere delle risposte. Ci deve mettere in subbuglio.

 

Info:

Il blog
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2 thoughts on “597. Intervista a Susanna Tartaro, autrice del blog Dailyhaiku

  1. […] di Radio 3 Fahrenheit, a margine di un’intervista per Haiku seduti sotto la luna. L’intervista è bella, leggetela se volete accostarvi al mondo degli […]

  2. […] stato uno strano incendio. La mia passione per gli haiku ha acceso cuore e cervello, è cresciuta nel tempo e sta ancora crepitando. Sono penetrata in […]

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