576. Haiku d’autore in piemontese. Marco Tomatis ci parla di Carlo Regis.

di silvia geroldi

Si pubblica molto e nel molto le parole si dissolvono. Gli scrittori lo sanno. La rete che mi piace rimette in circolo le voci di valore che rischiano di stazionare dimenticate sullo scaffale di una biblioteca. La voce di oggi suona piemontese.

 

Ciao Marco, prima di parlare di haiku vorrei che ti presentassi ai nostri lettori.

Brevemente. Ho attraversato nel corso di quattro decenni la scuola italiana in lungo e in largo. Nel frattempo ho scritto sceneggiature di fumetti per mezzo mondo per poi passare alla letteratura per ragazzi, nel cui ambito ho pubblicato per diverse case editrici italiane e straniere. Per una panoramica di quello che ho fatto rimando al mio sito www.tomatismarco.com, anche se non è aggiornato del tutto.

Come mai ti sei avvicinato agli haiku? Sei solo un lettore o ne scrivi?

Haiku non ne ho mai scritti, se non qualche volta per gioco. Li ho scoperti invece una trentina di anni fa, un giorno che ho invitato Carlo Regis, un poeta che scriveva in piemontese, a parlare di poesia ai miei alunni. Lui è arrivato con una serie di queste composizioni, di cui non avevo mai sentito parlare, scritte in dialetto. Nel 2013, come omaggio a lui, l’associazione di cui faccio parte, gli “Amici di Piazza” di Mondovì, ne ha pubblicato una scelta in un piccolo volume ormai praticamente esaurito. Altri però erano già stati pubblicati qui e là.

Il web ci illude di poter arrivare a conoscere tutto, invece ho trovato poche notizie frammentate su Carlo Regis. Ti va di tracciare un ritratto di questo poeta?

Carlo Regis è un grande poeta dialettale in piemontese adesso ultraottantenne e purtroppo non in piena forma. Un vero innovatore, uno dei primi ad uscire dagli schemi soliti della poesia dialettale per sperimentare nuove forme espressive ottenendo risultati notevoli. Credo che scrivere haiku in dialetto negli anni ’80 la dica lunga sul suo vedere lontano. Purtroppo le sue opere, pubblicate da editori locali, non sono facilmente reperibili.

Dialetto e haiku, strumenti espressivi che arrivano dal passato e che vengono mantenuti vivi. E se gli haiku oggi vanno anche un po’ di moda, è il dialetto che più mi stupisce. Ci sono altri autori che sperimentano questa contaminazione?

Ovviamente non sono in grado di parlare per tutta Italia. Dalle mie parti (Mondovì, in provincia di Cuneo) c’è un poeta , linguista e insegnante amico mio, che si chiama Nicola Duberti, che sul giornale locale tiene una rubrica intitolala Taj curt, che vuol dire letteralmente “taglio corto”, traduzione molto libera di haiku in dialetto piemontese (più esattamente nel dialetto della mia zona) Anche di lui abbiamo stampato un libro, intitolato appunto Taj curt. Si tratta di edizioni per amici, in poche centinaia di copie molto curate (la copertina per esempio è di Cinzia Ghigliano, una nota illustratrice italiana), stampate ancora con righe di piombo composte con la linotype, a cura e grazie a un gruppo di tipografi in pensione.

E mentre mi prendo un po’ di tempo per cercare informazioni su Nicola Duberti e ringrazio Marco Tomatis, ecco alcuni haiku in piemontese di Carlo Regis di sorprendente freschezza.

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