552. Haiku nella scuola media. L’esperienza dell’insegnante Benedetta Salerno.

intervista di Silvia geroldi

 

Nelle esperienze raccolte fino ad ora abbiamo osservato quanto gli haiku possano essere presentati ai bambini soprattutto come gioco: affettivo per i più piccoli, sfida divertente per i più grandicelli. Oggi insieme all’insegnante Benedetta Salerno vediamo un percorso più strutturato sviluppato con ragazzi della scuola media. Un sentiero consapevole verso la poesia come mezzo espressivo, alla ricerca di passi sicuri e leggeri che certamente giovano a quell’età delicata.

Iniziamo con due parole su di te e sul contesto in cui hai condotto questo esperimento di haiku abbinati alle immagini e, se ho capito bene, alla musica.

Sono un’insegnante di lettere della scuola media: ho insegnato dieci anni alle superiori, ma trovo più creativo ed incisivo l’insegnamento in questa fascia d’età. Pur senza tralasciare i contenuti e le conoscenze, cerco di avere un approccio fantasioso e creativo con i ragazzi. Lavorare mi piace molto. Ho spesso sperimentato l’abbinata testo e illustrazione in vari contesti, così come l’aspetto della recitazione. Sono laureata in storia dell’arte ed uso moltissimo questa materia per spiegare la storia e la letteratura. Da qualche anno ho aggiunto ai testi ed alle illustrazioni anche le musiche: ho la fortuna di lavorare con due colleghe, proprio di arte e di flauto traverso, con cui è un grande piacere, perché siamo molto in sintonia, sia sul piano professionale sia per quanto riguarda l’approccio con gli alunni.

Come è nata l’idea di usare gli haiku? È la prima volta che sperimenti questa forma poetica nella didattica o l’hai già usata in passato?

Ho sempre sentito un grande fascino per l’Oriente, dove sono stata molte volte sia per motivi di interesse turistico-culturale, sia per motivi personali. L’anno scorso ho sperimentato didatticamente gli haiku grazie ad un concorso dove tra l’altro una mia alunna ha vinto il primo premio. Quest’anno ho “affinato” la tecnica e sul piano didattico mi sono venute in mente altre idee. L’ho spudoratamente usato per fare un discorso generale sulla poesia, verso la quale i ragazzi hanno un approccio purtroppo negativo: attraverso gli haiku si riesce invece a far passare il messaggio che la poesia può essere gioiosa, è una forma di libertà, è accessibile a tutti, perché se non siamo dei grandi poeti abbiamo tutti, chi più chi meno, una sensibilità poetica. I ragazzi arrivano a scuola “castrati” da esperienze poetiche frustranti, imbarazzati o intimoriti dall’idea di esprimersi, terrorizzati dall’idea di dover imparare a memoria delle poesie, ma dopo questo lavoro sono più liberi e più ricchi. Sono assolutamente entusiasta delle possibilità didattiche di questo strumento.

Hai utilizzato i classici giapponesi come esempi di partenza? Oppure solo testi in italiano secondo il classico schema 5-7-5 sillabe?

Né l’uno né l’altro. Di classici giapponesi ne avranno letti un paio, e chiaramente ho spiegato loro lo schema metrico classico. Ma la parte più importante è stata un’altra: sono partita dalla natura e dalla descrizione di una loro esperienza emotiva magica a contatto con la natura, insistendo sul kigo, sul riferimento stagionale, e sul piccolo kigo, e portando degli esempi miei, di miei momenti magici. Ho pensato che per insegnare ad esporsi non avrei dovuto avere paura di espormi io stessa. Poi hanno fatto alcuni temi sui loro momenti magici che a quel punto avevano una gran voglia di raccontare a me ed ai compagni: così hanno imparato il testo descrittivo. Nel frattempo abbiamo studiato a lungo la magia delle figure retoriche, altro spauracchio da demolire (anche se in genere in età più avanzata) e altra opportunità da gustare! La bellezza dell’ossimoro (un silenzio assordante), della sinestesia (un urlo nero), dell’onomatopea, della personificazione, della metafora, per non parlare delle figure di suono, assonanza, allitterazione, etc. A questo punto ho spiegato loro che la cultura giapponese si fonda sulla sintesi, sull’essenzialità e sull’estetica, ed ho portato degli esempi di cultura giapponese che con la poesia non c’entravano molto ma che sono stati efficaci. Poi ci siamo concentrati sugli haiku: bisognava arrivare al nocciolo, all’anima del loro testo, al momento più emozionante. E bisognava chiedersi quale fosse l’emozione prevalente: lo stupore e la meraviglia, la tristezza, la nostalgia, la paura, il mistero, l’incredulità rispetto alla bellezza, etc. A quel punto gli ingredienti c’erano tutti: in primo luogo scrivere una poesia sapendo quello che si vuol dire (che non è affatto scontato), poi le conoscenze tecniche per renderla bella. Le parole erano così i nostri colori, le figure retoriche i colori più preziosi, che si usano quasi con parsimonia, ma servono per rendere più bello il quadro. Dovevamo essere sintetici, avevamo poche note da giocarci, ed era quindi inutile usare un articolo o una lunga locuzione avverbiale poco significativi, perché in tutto avevamo a disposizione poche sillabe, cioè poche note (ecco qui, ho usato due metafore senza neanche accorgermene ma gli alunni hanno capito benissimo!). La cosa più difficile per noi è inserire la kirej, perché non sempre percepiamo l’emozione come una pausa e perché per i ragazzi il concetto che a volte il vuoto è più importante del pieno è davvero difficile da comprendere.

Quale è stata la prima reazione di fronte al fatto di poter comporre poesia? Sono riusciti a diventare totalmente autonomi nella composizione dei testi o sono stati guidati/aiutati?

Sono sempre entusiasti fortunatamente rispetto alle cose che propongo: la filosofia che ispira il lavoro di tutti noi è che ci si deve impegnare e che il divertimento sarà proporzionale all’impegno profuso. E come dicevo prima, fortunatamente si fidano perché hanno avuto modo di constatare che è vero, che è davvero così. Mi ha colpito in particolare un alunno dall’aspetto corpulento, ma dall’animo sensibilissimo, che ha definito la poesia come qualcosa di delicato e che continuava a ripetermi che si divertiva tantissimo! Per il resto alcuni ragazzi erano completamente autonomi, altri sono stati aiutati da me o dai compagni, in un lavoro collettivo davvero bello. Ma del resto in una classe affiatata non ci si presta forse i colori?

Come hai articolato concretamente il lavoro? Quanto tempo è durato il progetto?

Ho corso come una matta… in due settimane intense di lavoro, loro e mio, c’erano 46 haiku belli. La fretta era dovuta al fatto che gli alunni dovevano poi illustrare i loro haiku e il compositore doveva farsi ispirare da questi. La regola era che non si sarebbe scartato nessun haiku bello, ma che tutti ne dovevano avere almeno uno. A proposito di regole… c’è un’altra cosa che mi piace molto pedagogicamente e che ho cercato di insegnare attraverso gli haiku: la poesia è libertà, ma la poesia è anche regola! Sono concetti che non siamo abituati a pensare insieme. Infine sul piano dell’illustrazione, io ho fatto da spalla ma il gioco lo ha guidato la mia collega che tra l’altro è tecnicamente bravissima. Se possibile si è cercato un linguaggio astratto, anche se i ragazzi faticano un po’ a staccarsi dal figurativo e confondono la logica astratta con quella simbolica. In particolare la mia collega conosceva una tecnica, insegnatale proprio da un’artista giapponese, che prevede il collage di una carta velina o di altre raffinate carte di riso. Qualche lavoro è riuscito proprio bene.

***

Per un rigoroso rispetto della privacy degli alunni, Benedetta ha scelto di non divulgare i risultati del lavoro della classe. Le sue parole sono comunque molto stimolanti e la ringrazio tantissimo per il suo contributo. Chiacchierando, mi ha poi raccontato che la sua bimba compone haiku… Benedetta, questo è un arrivederci!

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immagine da qui

 

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