329. Sei haiku illustrati da Clementina Mingozzi e qualche riflessione

Clementina Mingozzi è un’illustratrice particolare, la carta è il suo delicato strumento di espressione. Dopo l’intervista per Measachair siamo rimaste in contatto e in occasione della Bologna children’s book fair siamo riuscite ad incontrarci, con molta gioia e poco tempo a disposizione. Nel padiglione 33, quello aperto anche ai non addetti ai lavori, erano esposte alcune opere di Clementina: alcune tavole originali di Poesie per aria, libro di poesia per bambini a me molto caro, e alcuni lavori inediti. Si trattava di sei vibranti haiku d’autore, che Clementina ha illustrato con incredibile sensibilità e che oggi condivide con noi, prestandosi anche ad un piccolo approfondimento sul processo creativo che li ha generati. E’ la prima volta che questi lavori vengono pubblicati in rete.  (S.G.)

Clementina, cosa ti lega al Giappone?

Una frustrazione enorme. Non sono mai riuscita a soddisfare la mia voglia di esotismo, non sono mai riuscita a calpestarlo con i miei piedi, liberi di andare secondo piacere, anche se vi avrò già trascorso, in ripetuti momenti, almeno sei mesi della mia vita. Non sono mai riuscita a litigare con qualcuno, anche quando avrei voluto, sempre e solo sorrisi e risate, poiché per litigare bisogna conoscerne la lingua, un po’ più a fondo di andare, dormire e mangiare.
I giapponesi mi rimangono sostanzialmente estranei, anche se da trent’anni vivo con mio marito, ma, in quanto tale, esula dall’essere nipponico, poiché non è quello che ci unisce, anche se anagraficamente e culturalmente è il suo mondo, cromosomi inclusi, è giapponese.
Purtroppo o per fortuna, ho conosciuto il Giappone con poca libertà e molto stupore per la mia incapacità di filtrarlo. Oggi, mangio di tutto e con gioia, quando sono in Giappone. Gioisco al puntuale incontro di una ikebana nel più piccolo dei bagni dell’osteria più modesta. Conosco gli aromi e gli odori e i suoni …anche le loro cornacchie hanno difficoltà con la R!
Non ho mai vissuto la mia vita lì.

Sono curiosa di sapere perché hai illustrato proprio questi componimenti e non altri e vorrei indagare, se ne hai piacere, il processo creativo che hai seguito…

Ho chiesto a mio marito che mi aiutasse, avevo pochissimo tempo a disposizione, ho affidato a lui la scelta. È stata istintiva, con l’unica razionalità di cercare quelli con poche barriere culturali, il tema delle stagioni aiutava.
Mi ero posta come obiettivo di realizzare le mie papirografie con due colori e le loro sfumature. Questo per una necessità visiva di sintesi, e pittoricità. Sintesi, perciò bicromia, poiché tutta la poesia è un concentrato ristretto. Pittoricità, aiutata dalle sfumature, perché il coinvolgimento emotivo più profondo passa dalla ampiezza della nostra sensibilità visiva.
Non volevo rimanere nel grafico, benché spesso ci si attenda questo dalla cultura visiva attorno al mondo giapponese.

1bPart

Tabi ni yande
Yume wa kareno wo
Kakemeguru

Bashō, 1644 – 1694.

Eccomi malato in viaggio;
grezzo è il prato d’inverno,
in un turbine una ridda di sogni.

Il primo haiku tradotto è stato quello del grande Bashō. Raffigura l’inverno in senso totale, meteorologico e biologico. Il kigo è kareno, la parola chiave alla quale per “statuto” poetico si attribuisce il senso dell’inverno, letteralmente significa prati secchi, aridi. Inoltre conteneva la metafora del viaggio come vita. Il protagonista, lo stesso poeta, viandante ormai vecchio e malato, era alla ricerca della verità. Come se non bastasse sono stati gli ultimi versi da lui composti prima di morire. L’haiku era come una goccia d’acqua che possedeva riflesso l’intero paesaggio e il cielo sopra di me!
C’era una parola magica all’imboccare del kireji, la cesura tradizionale del componimento, anzi era una sola parola, kakemeguru, che richiamava il suo vorticare e produrre fantasmagorie: per il protagonista questi erano sogni ad occhi aperti sul passato, desideri.
Mio marito mi vuol bene e mi conosce, sapeva della mia passione per le lanterne magiche. Penso che sia stato questo il motivo reale per cui me l’aveva proposto tra tanti haiku sull’inverno.
Ero in trappola, non avrei potuto fare altro finché non l’avessi risolto!
E il caso (esiste il caso?) mi è stato amico. Mi capitano tra le mani alcune pagine che raccontano come il cristallo di ogni fiocco di neve sia diverso l’uno dall’altro. Vortici di fiocchi di neve come sogni. È fatta, sono stata felice!

3b bismodif

Wake itte mo
Wake itte mo
Aoi yama

Santouka Taneda, 1882 – 1940 (monaco viandante)

Passo a passo
Passo un varco
Solo montagne azzurre.

Benché mi fosse perfettamente congeniale, dal punto di vista interpretativo, è stato d’aiuto sapere che era un monaco viandante di età matura, intento a riflettere sul perseguimento della meta della sua vita. Diversamente, avrei dato meno importanza alle rocce e ai rovi del primo piano.
La carta è duttile, oltre tagliarla, la si può strappare, modellare, sovrapporre, bucare, l’importante è essere parchi di colla e amare la sagoma più della superficie, tutto qui. Questo è anche cosa distingue una papirografia da un collage.”

 3bpartic-bis

(particolare, notare la nuvola leggera)

 2b

Hitoe kite
Kase yorokobe ba
Kase matou

Teijo Nakamura, 1900 – 1988

Vestita di trama,
il vento si dirama,
ardita mi vesto del suo ordito.

…Ah, le forbici, strumento da sarto e da papirografi, che piacere danno quando le si cavalca!

5b

Minomushi no
Ito ippon ni
Angiu su

Sekimori Katsuo, 1937

E dalla crisalide
solo un filo.
Vivo con tranquillità.

“La vita è precaria” è una affermazione comune. La fiducia invece è un atto di fede, in questo caso, molto “francescano”. Tutto questo lo sentivo.
Ho dovuto rifare crisalidi e nuvole numerose volte, fino a quando non mi è stato chiaro che il tempo, nel “frattempo”, scorre. E vorremmo, nell’attesa, essere trasportati dalle nuvole; stare a guardare.
Allora è stato istintivo, ecco il rosa traslucido trasparente.

6bmodif

 Yuku haru ya
Omotaki biva no
Daku kokoro.

Yosa Buson, 1716 – 1784

Sfugge la primavera,
stringo il peso del liuto
al cuore che l’abbraccia.

Ci sono delle cose che vorremmo trattenere, la giovinezza, la bellezza, la musica. L’universo nipponico è pieno di primavere e petali di ciliegio che cadono. Il sentimentalismo per loro non è un attributo negativo, è un sistema comunicativo sociale. Il mondo in un petalo. La primavera è musica. È con affettuosa ironia che ho utilizzato per la veste del suonatore di biwa la carta per origami; spesso è decorata da fiori di ciliegio.

4bmodif

Yama warau
Kikeba kikoyuru
Ame no oto

Kazuhiko Chiyoda, 1917 – 2004

La collina ride,
se la vuoi sentire, tu la sentirai,
tic – chet – ti – o, piove.

L’ascolto porta alla gioia di saper cogliere i particolari, un riso sommesso. È di nuovo primavera. Ho tinto delle carte, affinché fossero umide e vitali, per accompagnare la curiosità delle pratoline per il ticchettio della vita.

Clementina, quando ci siamo incontrate ci siamo interrogate sul senso di riproporre in italiano la forma dell’haiku. Purtroppo il tempo era poco, le emozioni e le curiosità reciproche molte… il discorso è rimasto sospeso. Tu cosa ne pensi?

Premetto che mi sento neofita al mondo dell’haiku, anche se sono state le prime poesie che ho incontrato nell’infanzia.
In precedenza mi ero lasciata andare al loro ascolto. È solo quando ho le forbici in mano, pronta a esprimere cosa mi smuovono le parole, che posso mettere in ordine in profondità. Perciò il mio parlare è limitato a quest’ultima breve esperienza. Sono nate alcune domande, mi stanno facendo riflettere e provo a rilanciarle a voi.
Per iniziare, penso necessaria una distinzione: molto spesso noi abbiamo come riferimento il mondo dell’Haiku del Giappone antico. Per comodità possiamo semplificare dicendo che il contemporaneo tende ad omologarsi ed a perdere le radici che ci differenziano. Già leggendo queste poesie e guardando le date di riferimento, possiamo rendercene conto. Quando nei versi di un haiku giapponese si percepiscono malinconia o altra emozione, per una acuta osservazione di un particolare di natura, spesso si riporta ad una constatazione sulla propria vita.

– Mi chiedo, ad esempio, quanto di questo animo poetico è parte indissolubile della cultura animistica e buddista giapponese?

– Se lo stesso tipo di osservazione, oggi, fosse posta in un haiku italiano, quale profondità potrebbe avere, così lontano dalla fonte spirituale?
La nostra natura spirituale lotta da duemila anni con il potere temporale (credo che San Francesco sia un caso abbastanza raro di amore incondizionato verso la natura).

– La divisone sillabica dei versi, 5-7-5, oggi non più così rigida (shintaishi), non è il solo canone richiesto per il componimento dell’haiku tradizionale antico, cosa ne facciamo dei cataloghi dei kigo?

– Se anche realizzassimo un haiku tale da sembrare una copia perfetta di qualche originale andato perduto, che senso potrebbe avere per noi?

Ognuno è libero di testimoniare la propria ricerca della verità, cosa che la natura porta a fare, e penso, a ogni artista venga naturale di inseguire.
Ma perché chiamarli ancora oggi Haiku, quando “M’illumino d’immenso”, Mattina, nessuno di noi se l’è dimenticata (lo sapevate che Ungaretti aveva avuto una balia originaria del Sudan, una domestica croata e una badante argentina)?

Ma poiché, come il saggio re di Persia dice “La lingua di un uomo, può tagliargli la gola” ed io preferisco usare le forbici e tagliare la carta, mi fermo sul punto di qui.

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carta e forbici, questi
gli unici strumenti
di Clementina Mingozzi

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One thought on “329. Sei haiku illustrati da Clementina Mingozzi e qualche riflessione

  1. […] Ecco qualche fotografia scattata nel padiglione della Children’s book fair di Bologna dedicato alla vendita dei libri. Con vero piacere ho ritrovato l’amica Clementina Mingozzi e suo marito Tatsunori Kano, punto di riferimento per l’area dedicata agli haiku scritti dai bambini. Bellissime e coloratissime le cartoline con i componimenti da tutto il mondo, sorprendenti le illustrazioni di Clementina realizzate con la tecnica della papirografia… ma queste saranno oggetto di un prossimo post! Nel frattempo potete vedere le opere dell’anno scorso e rileggere la sua intervista. […]

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